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Archive for the ‘Kurdistan’ Category


A 50 metri dalla frontiera turca, i kurdi dell’YPG-PKK (sigle dei due principali movimenti di guerriglia curdi, siriano e turco) si battono contro l’ISIS o meglio l’IS, lo Stato Islamico, un amalgama di movimenti jihadisti attualmente in campo in Siria e in Iraq, esito scontato della non intervenzione occidentale nella sanguinaria guerra siriana e conseguenza delle guerre di Iraq e Afghanistan. (altro…)

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Non possiamo non essere con i #kurdi, al loro fianco. Venite a manifestare domani h.15 alle Invalides, Parigi e se siete in #Italia, informatevi sulle iniziative delle associazioni italiane e curde. Si tratta di un ulteriore genocidio del quale stiamo per essere testimoni. Si tratta dell’ulteriore guerra innaturale. Si tratta di proteggere il mondo da questa regressione, dai suoi terrestri auto-distruttori.

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Avec le ‪#‎Kurdes‬, pour ‪#‎Kobane‬ et contre cette nouvelle guerre!
Le 4 Octobre à h15 aux ‪#‎Invalides‬, venez arrêter les terriens qui défonce leur propre sol!

..après vous pouvez aller à la nuit blanche de toute façon..

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Tutto è iniziato per proteggere un parco, il Gezi Parki nella centrale e rinomata piazza di Taksin: al posto degli alberi e del poco verde cittadino rimasto, in progetto la costruzione di un grande centro commerciale.

“No, non ci stiamo”, hanno pensato alcuni giovani. Cosi’ hanno occupato il parco.

Ed è scoppiata la guerra.

E’ certo una rivoluzione e come tutte le ribellioni merita rispetto e solidarietà, soprattutto perché la repressione da parte della polizia è stata senza pietà: di certo un morto e diversi feriti. Il bilancio ancora non è chiaro (1), anche perché in altre città, come la capitale Ankara, sono iniziati gli scontri violenti con la polizia che durano tuttora.
Dietro la primavera turca pero’ c’è molto di più che 600 alberi a rischio nel cuore pulsante della città di Istanbul.

I nomi e i fatti sono i soliti: ditte di costruzioni e imprenditori, spesso legati direttamente o indirettamente al Premier Erdogan e imparentati con ditte statunitensi (gli stessi, fornitori dei lacrimogeni impiegati per reprimere la protesta al Gezi Parki).
Corruzione, abuso di potere, scempio urbano, propaganda e repressione.

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Oggi va molto meglio.

La giornata presagiva buone nuove già in mattinata, quando ho sentito sulla banchina del treno di banlieue due giovani africani che parlavano italiano fra loro.
Che non ti fa la globalizzazione!
La cosa mi ha fatto sorridere e mi sorprende ancora a ripensarci.
Avrei voluto parlargli ma non sapevo quale fosse l’approccio migliore, quindi ho lasciato stare e continuato il mio viaggio in banlieue dove abita la ragazzina curda alla quale faccio lezione di piano.
E indovina?! La trovo all’uscita della stazione con la mamma, Xane, in partenza per la manifestazione che da ormai 4 mesi i curdi di Parigi tengono ogni mercoledì: esattamente dal 10 gennaio 2013, quando in Rue de la Fayette 147 a Parigi, in pieno centro, sono state uccise tre donne, attiviste politiche kurde, Sakine Cansız, Fidan Doğan e Leyla Söyleme.

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La mamma di Avesta si era dimenticata che ci eravamo messe d’accordo per fare la lezione di pianoforte oggi e per riparare alla sua distrazione, mi ha invitata ad andare con lei e con la sua famiglia (una squadra di calcio formata da almeno 6 bambini e 3 arbitre mamme!) alla manifestazione.
Cosi’ rientriamo tutte a Parigi  dalla banlieue sud-est e ci dirigiamo in metro verso il Centro culturale curdo Ahmet Kaya, dove l’anno scorso facevo il corso di baglama.

La manifestazione parte da li’ e noi arriviamo appena in tempo per unirci al “branco” assembrato in strada, proprio di fronte all’entrata del centro culturale, nella Rue d’Enghien a Strasburg-Sant Denis.

Partiamo sotto una leggera pioggia, urlando “giustizia e diritti” per il popolo curdo e altre frasi ripetute ad ogni manifestazione; ma questa protesta è ancora più pressante e intende denunciare un pluriomicidio politico compiuto per mano dello Stato turco e lo scarso interesse dello Stato francese a ricercare gli esecutori materiali e i mandanti di questo crimine.
Frasi meno moderate, come “stato turco assassino” o fascista, e “Francia complice”, spiegano meglio di tante mie parole.

In ginocchio (ora la pioggia è battente) di fronte al portone del palazzo dove hanno spietatamente freddato le tre donne curde con un colpo alla nuca, assistiamo ad alcuni brevi interventi: un uomo, una donna e infine una bambina, credo legga una poesia in curdo.
Si parlano almeno tre lingue, perché tutti comprendano e perché la parola viene data anche ad un membro del partito comunista turco: una donna che parla di diritti per tutti, in specialmodo per le donne, chiosando in curdo “jin jiyan azadi”: le donne, la vita e la libertà.

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È piacevole essere riconosciuta da qualche vecchio e nuovo amico: dal mio insegnante di baglama e amico Vedat, diventato da qualche mese uno dei giovani responsabili del Centro incaricato delle attività culturali; da Rustem, pilastro del Centro, gestore dell’annesso caffé; poi un amico che non vedevo da tempo e dei nuovi amici, appena rifugiatisi in terra di Francia.

Finita la festa- perché per questa gente sfilare insieme, protestare, ribellarsi al sistema, resistere, ritrovarsi, nonostante il dolore per le perdite subite in 35 anni di guerriglia contro lo Stato Turco, è ancora una festa dal senso profondo – gli amici e i parenti si abbracciano, si riconoscono e si torna insieme verso il Centro per bere un té e discutere insieme.

Vengo invitata dai miei nuovi compagni a bere il çay e ne approfitto per conoscerli meglio e per riposare prima di una lezione di italiano programmata all’ultimo minuto.
Un ragazzo cileno mi aveva chiamato durante la manifestazione per chiedermi se fossi stata disponibile in giornata. E io lo ero, oggi più che mai.

Sorreggiando il té, i miei nuovi amici del centro curdo mi spiegano in turco come sta evolvendo la situazione politica in Turchia, soprattutto in merito ai recenti patti fra il leader curdo Ocalan e lo Stato turco, rappresentato dal Premier Erdogan.

Conosco a fondo la questione, ma ultimamente, presa dall’adattamento non sempre facile alla vita parigina, ho perso di vista i miei interessi, fra cui c’è l’aggiornamento costante sull’evoluzione della geopolitica, in specialmodo in Turchia.

Nonostante fatichi a esprimermi, riesco ancora a cogliere i concetti fondamentali.
I due rifugiati – fra cui una  ragazza di professione grafico che rischia 16 anni di carcere per il semplice fatto di aver lavorato in un giornale di ‘propaganda’ curda – mi spiegano perché la libertà dei curdi e la loro lotta è la libertà di tutti, non solo loro.

Capisco bene questo concetto, forse perché l’ho sentito ripetere altre e tante volte; forse perché mi è intimamente vicino, mi appartiene; forse perché, anche se non so spiegarlo in poche parole, so che è giusto.

So che è giusto e lo porto con me al primo incontro, poco più tardi, con il dentista peruviano di 32 anni, laureato in Perù, un master a Parigi e sposato da sole 3 settimane con una ragazza sarda. Insieme l’anno prossimo andranno a vivere a Cagliari, stufi dei 5 anni passati nella megalopoli frenetica e spesso isterica. In cerca di: tranquillità,affetti, natura.

E cosi torniamo a monte, o meglio a valle: la globalizzazione in senso contrario, la ripopolazione della nostra terra, il ritorno alle origini e alle ‘cose vere’..la fuga e il rientro dei cervelli.

Spero che questi due ragazzi, una dottorata in fisica e un dentista iperspecializzato, semi sconosciuti ma già di esempio per me, rappresentino quel futuro che vogliamo. Il futuro e la speranza per cui lottano i curdi e tanti altri singoli individui.

Un futuro che appartiene a tutti.

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Mentre a Van e provincia si iniziano a contare i morti, proseguono incessanti gli scavi per salvare chi è ancora sotto le macerie dei palazzi crollati ieri, in seguito alle due scosse di terremoto magnitudo 7.2 e 6.1. Si parla di oltre 100 persone decedute, ma il bilancio è ancora in forse, date le operazioni di soccorso in atto.

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Spinto da motivazioni di sicurezza nazionale, il governo del premier turco Recep Tayyip Erdoğan sta tentando di arginare una possibile primavera kurda, in un momento di tensione con i governi di Siria e Iran, fra i possibili foraggiatori di armi al Pkk, il partito dei lavoratori del Kurdistan.

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E mentre scrivevo il post sotto, in corsivo, una giornalista kurda su twitter pubblicava la notizia che un tribunale turco ha sentenziato che è una provocazione cantare in kurdo davanti alla polizia..

Lo so, non ce la farete mai a leggere l’intero articolo. E poi, va modificato, aggiornato, risale a Gennaio 2011. L’ho scritto in un momento in cui la situazione degli attivisti e politici kurdi in Turchia era veramente al limite.
Nulla è cambiato, semmai il contrario. Alla situazione sotto descritta, si sono aggiunti, fra luglio e agosto di quest’anno, i bombardamenti dei militari turchi al confine fra Turchia e Iraq, nelle montagne di Qandil – dove si ritiene vi sia la base strategica della guerriglia kurda del PKK (il Partito dei Lavoratori Kurdi). La guerra, perché di vera guerra si tratta, ha colpito molti civili e diverse persone sono state costrette a lasciare i loro villaggi. Perchè ci penso proprio ora?
In questi giorni, proprio oggi anzi, è dato un grande risalto alla notizia che diversi palestinesi detenuti sono in sciopero della fame. Vi sono anche in atto trattative per la liberazione di 1027 detenuti politici, in cambio di un ostaggio, un militare israeliano catturato cinque anni fa. Nel mentre, comunità internazionale e attivisti per i diritti umani si animano in manifestazioni e azioni concrete – anche sul web – di solidarietà. Bello, importante.
Ecco però, io ho questa reazione: ogni volta che sento parlare di Palestina, mi viene in mente il “Kurdistan” e i kurdi.
Esiste un popolo più sfigato?
Semmai si potessero fare degli insignificanti paragoni, delle stupide gare di sfiga fra popoli, credo che battere i kurdi sarebbe dura. Basta poi sentire una delle loro canzoni (tuttora in gran parte proibite)..’na tristezza!
Ma la cosa che più mi preoccupa è che dei kurdi proprio non gliene frega nulla a nessuno. E la cosa che più mi fa riflettere è che i kurdi sono almeno 30 milioni solo in Turchia, quasi un terzo della popolazione, assimilata dai turchi.
Ok, solidarietà al popolo palestinese, indubbio; ma dato che mi sembra ce ne  sia abbastanza, perché non estenderla a tutti quei popoli senza terra, di cui i media tradizionali non parlano? Non è questo il compito di noi blogger? Dare più voce a chi non ha voce?
Per questo serve informasi, leggere, sapere, conoscere. E poi trasmettere, riportare.
Confesso: io per prima, qualche anno fa, dei kurdi, crudi, e della loro KURDaggine – sono proprio testardi e la parola “onore”, nel senso più originale del termine, non è ancora scomparsa dal loro lessico – non ne sapevo molto.
Ora che conosco un po’ della storia e delle vicende di questo popolo, non riesco proprio a credere che nessuno si rivolti, si indigni, si ribelli, si scateni, urli, faccia un presidio, manifesti, si arrampichi su una gru per loro.
Se non loro stessi (però ve l’ho detto che sono testardi).
Anzi, si dà molta fiducia ad un governo, quello turco, considerato dai più l’unico esempio di “democrazia islamica”. In tanti lo vedono come paese guida per gli altri Stati del Medio Oriente.
Ora, riflettiamo un attimo:
– I turchi, popolo islamico democratico, che lotta per i palestinesi, che lottano per uno stato, che i kurdi non hanno; perché i turchi che lottano per i palestinesi, che lottano per l’autodeterminazione, sono contro l’indipendenza kurda; e si uniscono (in solidarietà militare) ai governi siriano ed iraniano, che reprimono i kurdi, che lottano per i loro diritti e magari per uno Stato, come i palestinesi.

Leggete, se potete, anche altrove. Informarsi per R.Esistere.


Il percorso di dialogo e di pace con lo stato turco, inaugurato nel 2006 dal leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) Abdullah Öcalan, ha subito di recente un duro colpo con la decisione della Corte Costituzionale dell’11 dicembre 2009: la messa al bando dell’unico partito filo-kurdo esistente, il Dtp – Demokratik Toplum Partisi, o Partito della società democratica – perché ritenuto “un centro di raccordo dove vengono commessi atti contrari all’unità inscindibile dello Stato con il suo Paese e la sua nazione”.

Non è la prima volta che si arena un tentativo di trovare un composizione tra la minoranza kurda e lo stato centrale turco attraverso un dialogo pacifico.  Il percorso politico kurdo “legale” iniziato nel 1990 con lo Hep, il Partito del lavoro del popolo, e troncato con una decisione della Corte Costituzionale nel 1993, è stato replicato altre quattro volte con le formazioni politiche che ne hanno raccolto l’eredità dello HEP: il Dep (Partito della democrazia), l’Ozdep (Partito della libertà e della democrazia) e l’Hadep (Partito della democrazia del popolo), tutti estromessi dalla vita politica nel giro di pochi anni e osteggiati dal governo di Ankara con l’accusa di essere di diretta emanazione del Pkk, partito armato e perciò etichettato in Turchia e in molti stati occidentali come un movimento terrorista.

Anche nel caso del Dtp, come per gli altri ex-partiti filokurdi, i giudici della Corte hanno affermato di aver seguito unicamente i dettami della legge, quella sui partiti politici e gli articoli 68 e 69 della Costituzione “golpista” del 1982, tuttora in vigore.

Nonostante in Turchia, un paese che ha conosciuto ben tre colpi di stato militari, l’ultimo nel 1980, sia ormai diventata “prassi normale” veder chiudere i partiti, il caso della chiusura del Dtp risulta straordinario rispetto agli altri che lo hanno preceduto.

Infatti con oltre il 65% dei consensi alle ultime elezioni del 29 marzo 2009  il Partito della Libertà e della Democrazia, come ora si chiama, è diventato il quarto partito presente nella Grande Assemblea Nazionale Turca (TBMM, il Parlamento), con un gruppo parlamentare di 21 deputati e ben 99 sindaci: il partito più rappresentativo della regione kurda.

E sono proprio le elezioni parlamentari del 2009 che hanno infastidito il governo, poiché hanno segnato  una netta perdita di voti del partito del premier Recep Tayyip Erdoğan, l’Akp (Ak Parti, o partito della prosperità), a favore del Dtp.  Da un lato, la nuova classe dirigente islamico-moderata portata al potere dall’Akp, è ansiosa di accelerare i tempi per l’entrata a pieno titolo in Europa e portatrice di alcune timide aperture sulla questione kurda; , e, al contrario, d’altro lato il tradizionale potere kemalista, arroccato nei tribunali, nei servizi segreti, nelle università, ai vertici delle forze armate, nell’apparato burocratico, che, al contrario, vuole contrastare il cammino verso l’Europa e conservare un ruolo “forte” dell’esercito per timore di perdere potere e prebende.

Già il 14 aprile 2009, a sole due settimane dalle elezioni, la polizia avviò un’operazione  contro il Dtp con l’arresto di 53 dirigenti politici di questo partito. Più precisamente, si trattava di 53 dirigenti, tra i quali anche il vice-presidente del partito.

La repressione contro il Dtp si inasprisce il 24 dicembre del 2009, a partire dall’ultima mega-operazione che vede una nuova ondata di arresti dei rappresentanti del nuovo partito Bdp (Barış ve Demokrası Partısı – Partito della pace e della democrazia) nato nel 2008 per premunisri dall’eventuale scioglimento del Dtp: più di 80 persone sono fermate, fra le quali ci sono ex parlamentari, ex sindaci, dirigenti di associazioni, tutte persone elette e riconosciute dal popolo.

Il 18 ottobre 2010 a Diyarbakir (per i kurdi, la capitale del Kurdistan turco), a circa un anno dall’arresto, 151 donne ed uomini si sono ritrovati al banco d’accusa di una gigantesca, lussuosa e risplendente nuova sala di udienza di un palazzo di giustizia di provincia particolarmente sfasciato. Sono amministratori locali eletti e in carica, o semplici cittadine e cittadini che si sono impegnati per il riconoscimento dei diritti del popolo kurdo e l’affermazione della sua identità culturale.

Il 24 dicembre del 2010, a un anno di distanza, (un anno di distanza da cosa, da quale degli eventi che hai elencato? Confondi il lettore…) l’Ihd (İnsan Hakları Derneğı – Associazione dei diritti umani) ha chiesto al governo di Ankara di rimettere in libertà tutti i politici e gli attivisti kurdi, tuttora detenuti per la presunta appartenenza al fuorilegge Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) senza alcuna garanzia di processo equo e democratico, così come confermato da un gruppo di osservatori internazionali recatisi a Diyarbakır in occasione dell’inaugurazione del primo processo.

Sulle vicende della Turchia di questi ultimi tempi, di cui l’Europa sembra interessarsi solo per gli aspetti commerciali, pesa un’ambiguità storico-politica che ha antiche origini: una sorta di divisione dei compiti, frutto di un “armistizio” tra il partito di governo e il potere kemalista. Sembra infatti che l’Akp, avendo subito una bruciante sconfitta nelle zone curde alle elezioni amministrative del marzo 2009, abbia in mente un cambio di strategia: da una parte, dimostrare alcune aperture a favore della popolazione curda e dall’altra favorire il giro di vite e la repressione di militanti e dirigenti, la decapitazione delle formazioni politiche e delle associazioni rappresentative dei curdi ad opera dei militari. In questo modo, il partito di Recep Tayyip Erdoğan spera di trovare il consenso per la propria rappresentanza politica tra la popolazione curda.

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