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Posts Tagged ‘kurdistan’


A 50 metri dalla frontiera turca, i kurdi dell’YPG-PKK (sigle dei due principali movimenti di guerriglia curdi, siriano e turco) si battono contro l’ISIS o meglio l’IS, lo Stato Islamico, un amalgama di movimenti jihadisti attualmente in campo in Siria e in Iraq, esito scontato della non intervenzione occidentale nella sanguinaria guerra siriana e conseguenza delle guerre di Iraq e Afghanistan. (altro…)

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Non possiamo non essere con i #kurdi, al loro fianco. Venite a manifestare domani h.15 alle Invalides, Parigi e se siete in #Italia, informatevi sulle iniziative delle associazioni italiane e curde. Si tratta di un ulteriore genocidio del quale stiamo per essere testimoni. Si tratta dell’ulteriore guerra innaturale. Si tratta di proteggere il mondo da questa regressione, dai suoi terrestri auto-distruttori.

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Avec le ‪#‎Kurdes‬, pour ‪#‎Kobane‬ et contre cette nouvelle guerre!
Le 4 Octobre à h15 aux ‪#‎Invalides‬, venez arrêter les terriens qui défonce leur propre sol!

..après vous pouvez aller à la nuit blanche de toute façon..

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E mentre scrivevo il post sotto, in corsivo, una giornalista kurda su twitter pubblicava la notizia che un tribunale turco ha sentenziato che è una provocazione cantare in kurdo davanti alla polizia..

Lo so, non ce la farete mai a leggere l’intero articolo. E poi, va modificato, aggiornato, risale a Gennaio 2011. L’ho scritto in un momento in cui la situazione degli attivisti e politici kurdi in Turchia era veramente al limite.
Nulla è cambiato, semmai il contrario. Alla situazione sotto descritta, si sono aggiunti, fra luglio e agosto di quest’anno, i bombardamenti dei militari turchi al confine fra Turchia e Iraq, nelle montagne di Qandil – dove si ritiene vi sia la base strategica della guerriglia kurda del PKK (il Partito dei Lavoratori Kurdi). La guerra, perché di vera guerra si tratta, ha colpito molti civili e diverse persone sono state costrette a lasciare i loro villaggi. Perchè ci penso proprio ora?
In questi giorni, proprio oggi anzi, è dato un grande risalto alla notizia che diversi palestinesi detenuti sono in sciopero della fame. Vi sono anche in atto trattative per la liberazione di 1027 detenuti politici, in cambio di un ostaggio, un militare israeliano catturato cinque anni fa. Nel mentre, comunità internazionale e attivisti per i diritti umani si animano in manifestazioni e azioni concrete – anche sul web – di solidarietà. Bello, importante.
Ecco però, io ho questa reazione: ogni volta che sento parlare di Palestina, mi viene in mente il “Kurdistan” e i kurdi.
Esiste un popolo più sfigato?
Semmai si potessero fare degli insignificanti paragoni, delle stupide gare di sfiga fra popoli, credo che battere i kurdi sarebbe dura. Basta poi sentire una delle loro canzoni (tuttora in gran parte proibite)..’na tristezza!
Ma la cosa che più mi preoccupa è che dei kurdi proprio non gliene frega nulla a nessuno. E la cosa che più mi fa riflettere è che i kurdi sono almeno 30 milioni solo in Turchia, quasi un terzo della popolazione, assimilata dai turchi.
Ok, solidarietà al popolo palestinese, indubbio; ma dato che mi sembra ce ne  sia abbastanza, perché non estenderla a tutti quei popoli senza terra, di cui i media tradizionali non parlano? Non è questo il compito di noi blogger? Dare più voce a chi non ha voce?
Per questo serve informasi, leggere, sapere, conoscere. E poi trasmettere, riportare.
Confesso: io per prima, qualche anno fa, dei kurdi, crudi, e della loro KURDaggine – sono proprio testardi e la parola “onore”, nel senso più originale del termine, non è ancora scomparsa dal loro lessico – non ne sapevo molto.
Ora che conosco un po’ della storia e delle vicende di questo popolo, non riesco proprio a credere che nessuno si rivolti, si indigni, si ribelli, si scateni, urli, faccia un presidio, manifesti, si arrampichi su una gru per loro.
Se non loro stessi (però ve l’ho detto che sono testardi).
Anzi, si dà molta fiducia ad un governo, quello turco, considerato dai più l’unico esempio di “democrazia islamica”. In tanti lo vedono come paese guida per gli altri Stati del Medio Oriente.
Ora, riflettiamo un attimo:
– I turchi, popolo islamico democratico, che lotta per i palestinesi, che lottano per uno stato, che i kurdi non hanno; perché i turchi che lottano per i palestinesi, che lottano per l’autodeterminazione, sono contro l’indipendenza kurda; e si uniscono (in solidarietà militare) ai governi siriano ed iraniano, che reprimono i kurdi, che lottano per i loro diritti e magari per uno Stato, come i palestinesi.

Leggete, se potete, anche altrove. Informarsi per R.Esistere.


Il percorso di dialogo e di pace con lo stato turco, inaugurato nel 2006 dal leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) Abdullah Öcalan, ha subito di recente un duro colpo con la decisione della Corte Costituzionale dell’11 dicembre 2009: la messa al bando dell’unico partito filo-kurdo esistente, il Dtp – Demokratik Toplum Partisi, o Partito della società democratica – perché ritenuto “un centro di raccordo dove vengono commessi atti contrari all’unità inscindibile dello Stato con il suo Paese e la sua nazione”.

Non è la prima volta che si arena un tentativo di trovare un composizione tra la minoranza kurda e lo stato centrale turco attraverso un dialogo pacifico.  Il percorso politico kurdo “legale” iniziato nel 1990 con lo Hep, il Partito del lavoro del popolo, e troncato con una decisione della Corte Costituzionale nel 1993, è stato replicato altre quattro volte con le formazioni politiche che ne hanno raccolto l’eredità dello HEP: il Dep (Partito della democrazia), l’Ozdep (Partito della libertà e della democrazia) e l’Hadep (Partito della democrazia del popolo), tutti estromessi dalla vita politica nel giro di pochi anni e osteggiati dal governo di Ankara con l’accusa di essere di diretta emanazione del Pkk, partito armato e perciò etichettato in Turchia e in molti stati occidentali come un movimento terrorista.

Anche nel caso del Dtp, come per gli altri ex-partiti filokurdi, i giudici della Corte hanno affermato di aver seguito unicamente i dettami della legge, quella sui partiti politici e gli articoli 68 e 69 della Costituzione “golpista” del 1982, tuttora in vigore.

Nonostante in Turchia, un paese che ha conosciuto ben tre colpi di stato militari, l’ultimo nel 1980, sia ormai diventata “prassi normale” veder chiudere i partiti, il caso della chiusura del Dtp risulta straordinario rispetto agli altri che lo hanno preceduto.

Infatti con oltre il 65% dei consensi alle ultime elezioni del 29 marzo 2009  il Partito della Libertà e della Democrazia, come ora si chiama, è diventato il quarto partito presente nella Grande Assemblea Nazionale Turca (TBMM, il Parlamento), con un gruppo parlamentare di 21 deputati e ben 99 sindaci: il partito più rappresentativo della regione kurda.

E sono proprio le elezioni parlamentari del 2009 che hanno infastidito il governo, poiché hanno segnato  una netta perdita di voti del partito del premier Recep Tayyip Erdoğan, l’Akp (Ak Parti, o partito della prosperità), a favore del Dtp.  Da un lato, la nuova classe dirigente islamico-moderata portata al potere dall’Akp, è ansiosa di accelerare i tempi per l’entrata a pieno titolo in Europa e portatrice di alcune timide aperture sulla questione kurda; , e, al contrario, d’altro lato il tradizionale potere kemalista, arroccato nei tribunali, nei servizi segreti, nelle università, ai vertici delle forze armate, nell’apparato burocratico, che, al contrario, vuole contrastare il cammino verso l’Europa e conservare un ruolo “forte” dell’esercito per timore di perdere potere e prebende.

Già il 14 aprile 2009, a sole due settimane dalle elezioni, la polizia avviò un’operazione  contro il Dtp con l’arresto di 53 dirigenti politici di questo partito. Più precisamente, si trattava di 53 dirigenti, tra i quali anche il vice-presidente del partito.

La repressione contro il Dtp si inasprisce il 24 dicembre del 2009, a partire dall’ultima mega-operazione che vede una nuova ondata di arresti dei rappresentanti del nuovo partito Bdp (Barış ve Demokrası Partısı – Partito della pace e della democrazia) nato nel 2008 per premunisri dall’eventuale scioglimento del Dtp: più di 80 persone sono fermate, fra le quali ci sono ex parlamentari, ex sindaci, dirigenti di associazioni, tutte persone elette e riconosciute dal popolo.

Il 18 ottobre 2010 a Diyarbakir (per i kurdi, la capitale del Kurdistan turco), a circa un anno dall’arresto, 151 donne ed uomini si sono ritrovati al banco d’accusa di una gigantesca, lussuosa e risplendente nuova sala di udienza di un palazzo di giustizia di provincia particolarmente sfasciato. Sono amministratori locali eletti e in carica, o semplici cittadine e cittadini che si sono impegnati per il riconoscimento dei diritti del popolo kurdo e l’affermazione della sua identità culturale.

Il 24 dicembre del 2010, a un anno di distanza, (un anno di distanza da cosa, da quale degli eventi che hai elencato? Confondi il lettore…) l’Ihd (İnsan Hakları Derneğı – Associazione dei diritti umani) ha chiesto al governo di Ankara di rimettere in libertà tutti i politici e gli attivisti kurdi, tuttora detenuti per la presunta appartenenza al fuorilegge Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) senza alcuna garanzia di processo equo e democratico, così come confermato da un gruppo di osservatori internazionali recatisi a Diyarbakır in occasione dell’inaugurazione del primo processo.

Sulle vicende della Turchia di questi ultimi tempi, di cui l’Europa sembra interessarsi solo per gli aspetti commerciali, pesa un’ambiguità storico-politica che ha antiche origini: una sorta di divisione dei compiti, frutto di un “armistizio” tra il partito di governo e il potere kemalista. Sembra infatti che l’Akp, avendo subito una bruciante sconfitta nelle zone curde alle elezioni amministrative del marzo 2009, abbia in mente un cambio di strategia: da una parte, dimostrare alcune aperture a favore della popolazione curda e dall’altra favorire il giro di vite e la repressione di militanti e dirigenti, la decapitazione delle formazioni politiche e delle associazioni rappresentative dei curdi ad opera dei militari. In questo modo, il partito di Recep Tayyip Erdoğan spera di trovare il consenso per la propria rappresentanza politica tra la popolazione curda.

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Prima uno scontro armato tra separatisti del Partito dei lavoratori curdi (Pkk) e uomini delle forze di sicurezza turche, poi incursioni aeree dell’aviazione di Ankara: per diverse ore Şemdinli, località nella provincia di Hakkari al confine con Iraq e Iran, si è trasformata nella notte tra domenica e lunedì in un campo di battaglia con tre civili rimasti uccisi.

I fatti di Şemdinli seguono operazioni aeree della Turchia nel Kurdistan iracheno che vanno avanti da agosto e che hanno causato vittime e spinto alla fuga gli abitanti di numerosi villaggi di confine. Una situazione amplificata da parallele operazioni militari dell’Iran contro il Pjak, altro movimento curdo. “Un’incursione militare nel nord Iraq è possibile in ogni momento” ha detto il ministro degli Interni turco Idris Sahin in dichiarazioni riportate oggi dal quotidiano turco ‘Hurriyet’.

Sentito dalla MISNA, Mehmet Yuksel, presidente dell’Ufficio di informazione del Kurdistan in Italia (Uiki), ha sostenuto che “la Turchia, dopo le elezioni dello scorso giugno, ha interrotto il processo di riavvicinamento al movimento politico curdo in atto, riprendendo l’iniziativa militare e costringendo il Pkk a difendersi”.

Pubblicato il 13 settembre 2011 su Misna.org (tutti i diritti riservati)

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Cristina Rosati

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