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Posts Tagged ‘Medio Oriente’


Tutto è iniziato per proteggere un parco, il Gezi Parki nella centrale e rinomata piazza di Taksin: al posto degli alberi e del poco verde cittadino rimasto, in progetto la costruzione di un grande centro commerciale.

“No, non ci stiamo”, hanno pensato alcuni giovani. Cosi’ hanno occupato il parco.

Ed è scoppiata la guerra.

E’ certo una rivoluzione e come tutte le ribellioni merita rispetto e solidarietà, soprattutto perché la repressione da parte della polizia è stata senza pietà: di certo un morto e diversi feriti. Il bilancio ancora non è chiaro (1), anche perché in altre città, come la capitale Ankara, sono iniziati gli scontri violenti con la polizia che durano tuttora.
Dietro la primavera turca pero’ c’è molto di più che 600 alberi a rischio nel cuore pulsante della città di Istanbul.

I nomi e i fatti sono i soliti: ditte di costruzioni e imprenditori, spesso legati direttamente o indirettamente al Premier Erdogan e imparentati con ditte statunitensi (gli stessi, fornitori dei lacrimogeni impiegati per reprimere la protesta al Gezi Parki).
Corruzione, abuso di potere, scempio urbano, propaganda e repressione.

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Per la sua geografia e per la sua storia, la Turchia si trova in una posizione strategica unica e deve assumere un ruolo di attore-chiave in tutta l’area mediorientale e centro-asiatica: questa l’idea base su cui è fondata la dottrina politica del governo turco, che ha finora agito sulla base del principio ‘zero problemi con i paesi vicini’. Il vento di cambiamento che sta attraversando i paesi musulmani ha costretto però il governo di Ankara a rivedere l’ormai superata dottrina promossa da Ahmet Davutoğlu dopo la sua nomina a ministro degli Esteri nel maggio 2009.

 

Tra il 12 e il 15 settembre, Recep Tayyip Erdoğan, primo ministro turco, è partito in tour diplomatico per stringere accordi con i nuovi leader di Egitto, Tunisia e Libia – vanificando ufficialmente i trattati di cooperazione siglati con Mubārak e Gheddafi. L’obiettivo principale della missione era promuovere il modello di “islamismo democratico” – che ha però nel laicismo una delle sue componenti più importanti – tra i nuovi leader, impegnati nella ricostruzione di un nuovo ordine politico e sociale.

La nuova geopolitica di Ankara intende posizionare il paese a un livello di primaria importanza come attore nella regione mediorientale ed in una prospettiva a medio-lungo termine come attore a livello globale. Erdoğan infatti, dopo le visite in Nord Africa e la partecipazione all’Assemblea Generale dell’Onu a New York a fine settembre – occasione che non si è lasciato sfuggire per stringere alleanze economiche con Cipro Nord e stipulare un trattato per l’avvio di operazioni di esplorazione di gas e petrolio nel mare cipriota – ha proseguito nel suo itinerario politico, economico e strategico, recandosi in Sud Africa per una visita ufficiale.

Al centro dell’incontro con il vice presidente sudafricano Kgalema Motlanthe, il rafforzamento dei rapporti commerciali tra i due Paesi: Turchia e Sudafrica pronti a garantire “un rapido aumento” del commercio bilaterale, sono le dichiarazioni consensuali di entrambi i leader.
A segnalare però un nuovo cambio di Ankara nei rapporti con la maggiore economia dell’area sub-sahariana è stata l’acquisizione a luglio della società manifatturiera sudafricana Defy da parte del gruppo di elettronica turco Arcelik. Un affare da 170 milioni di euro.
Il premier turco durante la visita in Sud Africa, ha fatto anche riferimento alle capacità nucleari di Israele sostenendo che lo stato di Netanyahu non ha mai confermato o negato di possedere armi nucleari. ”Considero, oggi, Israele come una minaccia”, ha detto Erdoğan, accusando inoltre Israele di ‘terrorismo di stato’ in Medio Oriente, in particolare nei Territori palestinesi. 

Le visite recenti al continente africano non finiscono qui: “l’incursione solidale” in Somalia del 19 Agosto per aiutare il paese afflitto dalla carestia, ha incoraggiato la comunità internazionale a offrire sostegno economico e umanitario al popolo somalo. A seguito della visita e dell’appello del Primo Ministro turco, infatti, diverse organizzazioni sanitarie e umanitarie sono arrivate a Mogadiscio. Erdoğan si era recato in Somalia, assieme ad una delegazione composta da ministri, parlamentari e artisti, per consegnare simbolicamente le donazioni raccolte in Turchia – 225 milioni di dollari, 8 aerei e 4 navi di aiuti umanitari – e in quell’occasione aveva spronato i governi di tutto il mondo ad intervenire.

I viaggi del gigante turco nei Paesi del Medio Oriente e della primavera araba e nell’Africa sub-sahariana, insieme alle tensioni con Israele ma anche con l’Iran, le frizioni con Cipro e Siria – il primo ministro turco ha recentemente sollecitato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ad adottare sanzioni contro la Siria, ignorando il veto della Russia e della Cina – sono parte di un rinnovamento della strategia geopolitica turca, che supera la secolare tradizione kemalista per una visione “neo-ottomana” di conquista ed espansione dell’ ‘impero’, con l’obiettivo principale di fare della Turchia il paese leader del mondo islamico.

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