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@nuitdebout

La Nuit debout pour une convergence de luttes

Paris, le 66 mars 2016

1211653_que-se-cache-t-il-derriere-nuit-debout-web-tete-021817035466Plusieurs milliers de personnes se réunissent chaque soir place de la République à Paris depuis l’appel du 31 mars.

Cela fait un bon moment qu’un certain nombre de citoyens français se réunissent à Paris, Place de la République, pour les nuits debout. L’initiative se répand par ailleurs dans de nombreuses villes de province..

(altro…)

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La pitié a les doits sur les nez
pour un pauvre malodorant
dans le métro roulant.

Un public muet et absent
déconcerté
pourtant négligeant
déjà habitué.

Faut-il payer ce péage
pour voir le paysage
d’une ville déguisée
en métropole aisée?

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Sans abri

sans enfance

sans futur

errante

dans cette vie brouillant e

pleine de langues vivantes.

Je me réjouis un moment

tout après c’est fini

d’un instant j’suis remplie.

Paris chaotique, pas solidaire

j’y ai trouvé un..

mirage éphémère.

Encore des larmes qui glissent

sur les joues qui mûrissent

peu de gouttes résistent

les restantes secrètes

inestimables ressources 

acharnées.

La joie et la douleur

divinités féminines en français

en paroles maternelles

sur mes lèvres amants déchirés.

Elles se repoussent

Tao déséquilibré

se confondent

Êtres fusionnées.

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Oggi va molto meglio.

La giornata presagiva buone nuove già in mattinata, quando ho sentito sulla banchina del treno di banlieue due giovani africani che parlavano italiano fra loro.
Che non ti fa la globalizzazione!
La cosa mi ha fatto sorridere e mi sorprende ancora a ripensarci.
Avrei voluto parlargli ma non sapevo quale fosse l’approccio migliore, quindi ho lasciato stare e continuato il mio viaggio in banlieue dove abita la ragazzina curda alla quale faccio lezione di piano.
E indovina?! La trovo all’uscita della stazione con la mamma, Xane, in partenza per la manifestazione che da ormai 4 mesi i curdi di Parigi tengono ogni mercoledì: esattamente dal 10 gennaio 2013, quando in Rue de la Fayette 147 a Parigi, in pieno centro, sono state uccise tre donne, attiviste politiche kurde, Sakine Cansız, Fidan Doğan e Leyla Söyleme.

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La mamma di Avesta si era dimenticata che ci eravamo messe d’accordo per fare la lezione di pianoforte oggi e per riparare alla sua distrazione, mi ha invitata ad andare con lei e con la sua famiglia (una squadra di calcio formata da almeno 6 bambini e 3 arbitre mamme!) alla manifestazione.
Cosi’ rientriamo tutte a Parigi  dalla banlieue sud-est e ci dirigiamo in metro verso il Centro culturale curdo Ahmet Kaya, dove l’anno scorso facevo il corso di baglama.

La manifestazione parte da li’ e noi arriviamo appena in tempo per unirci al “branco” assembrato in strada, proprio di fronte all’entrata del centro culturale, nella Rue d’Enghien a Strasburg-Sant Denis.

Partiamo sotto una leggera pioggia, urlando “giustizia e diritti” per il popolo curdo e altre frasi ripetute ad ogni manifestazione; ma questa protesta è ancora più pressante e intende denunciare un pluriomicidio politico compiuto per mano dello Stato turco e lo scarso interesse dello Stato francese a ricercare gli esecutori materiali e i mandanti di questo crimine.
Frasi meno moderate, come “stato turco assassino” o fascista, e “Francia complice”, spiegano meglio di tante mie parole.

In ginocchio (ora la pioggia è battente) di fronte al portone del palazzo dove hanno spietatamente freddato le tre donne curde con un colpo alla nuca, assistiamo ad alcuni brevi interventi: un uomo, una donna e infine una bambina, credo legga una poesia in curdo.
Si parlano almeno tre lingue, perché tutti comprendano e perché la parola viene data anche ad un membro del partito comunista turco: una donna che parla di diritti per tutti, in specialmodo per le donne, chiosando in curdo “jin jiyan azadi”: le donne, la vita e la libertà.

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È piacevole essere riconosciuta da qualche vecchio e nuovo amico: dal mio insegnante di baglama e amico Vedat, diventato da qualche mese uno dei giovani responsabili del Centro incaricato delle attività culturali; da Rustem, pilastro del Centro, gestore dell’annesso caffé; poi un amico che non vedevo da tempo e dei nuovi amici, appena rifugiatisi in terra di Francia.

Finita la festa- perché per questa gente sfilare insieme, protestare, ribellarsi al sistema, resistere, ritrovarsi, nonostante il dolore per le perdite subite in 35 anni di guerriglia contro lo Stato Turco, è ancora una festa dal senso profondo – gli amici e i parenti si abbracciano, si riconoscono e si torna insieme verso il Centro per bere un té e discutere insieme.

Vengo invitata dai miei nuovi compagni a bere il çay e ne approfitto per conoscerli meglio e per riposare prima di una lezione di italiano programmata all’ultimo minuto.
Un ragazzo cileno mi aveva chiamato durante la manifestazione per chiedermi se fossi stata disponibile in giornata. E io lo ero, oggi più che mai.

Sorreggiando il té, i miei nuovi amici del centro curdo mi spiegano in turco come sta evolvendo la situazione politica in Turchia, soprattutto in merito ai recenti patti fra il leader curdo Ocalan e lo Stato turco, rappresentato dal Premier Erdogan.

Conosco a fondo la questione, ma ultimamente, presa dall’adattamento non sempre facile alla vita parigina, ho perso di vista i miei interessi, fra cui c’è l’aggiornamento costante sull’evoluzione della geopolitica, in specialmodo in Turchia.

Nonostante fatichi a esprimermi, riesco ancora a cogliere i concetti fondamentali.
I due rifugiati – fra cui una  ragazza di professione grafico che rischia 16 anni di carcere per il semplice fatto di aver lavorato in un giornale di ‘propaganda’ curda – mi spiegano perché la libertà dei curdi e la loro lotta è la libertà di tutti, non solo loro.

Capisco bene questo concetto, forse perché l’ho sentito ripetere altre e tante volte; forse perché mi è intimamente vicino, mi appartiene; forse perché, anche se non so spiegarlo in poche parole, so che è giusto.

So che è giusto e lo porto con me al primo incontro, poco più tardi, con il dentista peruviano di 32 anni, laureato in Perù, un master a Parigi e sposato da sole 3 settimane con una ragazza sarda. Insieme l’anno prossimo andranno a vivere a Cagliari, stufi dei 5 anni passati nella megalopoli frenetica e spesso isterica. In cerca di: tranquillità,affetti, natura.

E cosi torniamo a monte, o meglio a valle: la globalizzazione in senso contrario, la ripopolazione della nostra terra, il ritorno alle origini e alle ‘cose vere’..la fuga e il rientro dei cervelli.

Spero che questi due ragazzi, una dottorata in fisica e un dentista iperspecializzato, semi sconosciuti ma già di esempio per me, rappresentino quel futuro che vogliamo. Il futuro e la speranza per cui lottano i curdi e tanti altri singoli individui.

Un futuro che appartiene a tutti.

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Parfois on me demande si je ne souhaiterais un jour ‘rentre chez moi’, et quand je réponds que je n’ai plus d’autre chez moi que Paris, on est éberlué

Lettres parisiennes”  Nancy Huston et Leila Sebbar ~ Lettre du 16 juin 1983, page 254 

Rotte degli Italiani in esilio

Ma chère amie,

Tout ce que tu dis est terriblement vrai…comment répondre?
Sincèrement il m’est plus difficile de juger l’exil selon mon point de vue. Encore plus difficile, j’oserai dire, pour moi que pour toi.
En effet, de ma part le ressenti en tant qu’étrangère dans un pays qui semble ne pas m’aimer, est aussi profond et douloureux. Tout comme le sentiment que je garde pour un pays, le mien, qui semble sans espoir de renaissance.

Je m’explique: j’ai le ‘mal du pays’, je me sens moi de chez moi et des attaches auxquelles je tiens le plus. Mais je suis hostile à l’égard de mon pays.
Ce serait comme si l’on était loin de chez soi et l’on voudrais rentrer mais avec la peur de ne pas être satisfaite.

En fait, c’est que on est exilés au-dedans: au fond de nous il semble qu’il n’existe pas d’appartenance ou de ressenti tel qu’il pourrait nous soulager nue fois qu’on serait stable quelque part.
Donc, comme tu vois, chère amie, je comprends très bien ce dont tu parles; et aussi, mal ou heureusement, je comprends ceux qui n’ont pas d’endroit où rentrer, ceux qui sont obligés pour des raisons économiques, politiques ou purement intérieures – comme les tiennes d’ailleurs – à quitter leur pays.

Le problème est que je ne trouve pas de solution, ni d’explication à ce phénomène.
La plus belle chose que tout cela produit, d’ailleurs comme tu l’as dit, c’est que les âmes comme nous trouvent peut-être la consolation dans l’expression de nos ressentis et donc que l’écriture devient pour nous la source du dévoilement le plus intime, bien que tordu.

Je te souhaite et je me souhaite, mon amie, qu’à force de nous dévoiler, on arrivera a être toutes nues et de là à comprendre avec conscience, ce qui fait trembler nos esprits, ce qui nous trouble.

Un jour, peut-être, loin d’être heureuses (un état quand même temporaire) on sera bien, à l’endroit qui nous a vu grandir et à l’endroit qui nous a adopté et qui nous adoptera jusqu’à la fin de nos jours.
On doit l’espérer!

Je t’embrasse,

Silvia

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“Paris la ville lumière!”, “Paris la ville plus romantique au monde!”, “Paris la capitale de la mode!”.

Tout cela ne m’a pas trop touché à mon arrivée à Paris.

Par contre, ce qui m’a frappé intensément c’était les couleurs des arrondissements, notamment des celles des plus pauvres, comme le 18ème, le 19éme, le 20ème.
C’est dans ces quartiers que j’ai habité jusqu’à hier, où j’ai déménagé en banlieue. J-habitais dans le dixième, à la frontière entre le 20 e le 18, aux confins de l’imaginaire exotique: les couleurs et les odeurs des rues et des marchés internationaux.

D’ailleurs j’habitais dans un quartier ‘riche’. Le dixième proche du Canal Saint Martin peut nous étonner pour la beauté, la propreté et la calme des rues, surtout sur les deux quais qui accompagnent la Seine jusqu’à, presque, la Bastille.Un lieu animé par les jeunes dans les soirées d’été, plutôt bo-bo, mais pas trop.

Pourtant, Paris est connu ailleurs, à l’étranger sans doute, pour d’autres choses. S’agit-ils de clichés?

Auteur: Jb A.

Oui, ce sont des clichés probablement mais c’est aussi du au fait que pour découvris vraiment la ville, comme d’autres endroits d’ailleurs, il faut se perdre, il faut marcher sans but, et se laisser transporter par les images, par les vues, les rues qu’on croise et choisir son chemin selon sa propre âme.

C’est comme ça qu’on découvre Paris, la ville lumière pas toujours illuminée dans les arrondissements les plus modestes.

C’est comme ça qu’on trouve la ville la plus romantique, pas trop solidaire dans les rues centrales de la prostitution, comme à la Porte de Saint Martin en continuant vers Les Halles.

C’est ainsi qu’on apprécie la capitale de la mode, en partant vers la rue de archives l’où on trouve plein de boutiques chinoises.

Or, c’est cela Paris! C’est la ville des rêves et des chagrins. Il faut la vivre, l’habiter, en prendre possession avant qu’elle ne te prenne.

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On n’était pas beaucoup à ‘se lever’ à Paris, mais l’esprit des participants, dont une majorité était femmes, était .

La centaine de participantes ont dansé à répétition l’hymne composé par le groupe d’Eve Ensler – la vrai âme de la démonstration: auteur, comédienne et activiste, elle a écrit la pièce “Les Monologues du Vagin et a crée le V-day, un mouvement mondial pour arrêter la violence contre le femme et les filles.

L’impression reçue en participant à La manifestation est celle d’une perte visibles des valeurs et des actions féministes. La France terre de droits de l’homme et de l’émancipation de la femme, semble avoir perdu le sens de la lutte, de la proteste et de la revendication, notamment du droit des femmes.

Tout de même, l’air profuse de solidarité entre les personnes intervenues, en majorité faisant partie de groupes et associations de femmes contre la violence aux femmes et pour les droits des LGBT, dont la fidélité aux thèmes de la manifestation ne peut pas être mise en cause.

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Cristina Rosati

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