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Cosa vuol dire essere ‪#‎razzista‬

Nella trasmissione radiofonica La Città Radiotre, si è affrontato il tema delicatissimo del razzismo, direi piuttosto della convivenza ormai obbligata fra cittadini immigranti e cittadini autoctoni.
A vederla da lontano e più precisamente dalla Francia, questa coabitazione, ‘forzata’ secondo il parere di alcuni cittadini italiani, fa sorridere.
A vederla da Parigi e dalla sua banlieue, la multiculturalità non esiste, perché è ormai un dato di fatto e duque ha cessato di esprimersi. I termini: classi multiculturali, società multiculturale, mediatrice interculturale, etc., sono privi di senso, o quanto meno interpretati diversamente (la mediatrice culturale lavora nei musei e quella intercultuale non esiste perché la mediatrice è qui, giustamente, ‘sociale, familiare’, ecc.).
Nonostante le ingiustizie sociali palpabili anche oltralpe e le lamentazioni delle leghe antirazziste, nonostante ‘Charlie’ che ha di certo ridotto alla semplificazione “terroristi islamici” una situazione e un problema molto più ampio, la Francia ha, ancora per poco, uno stato sociale, assicura una protezione di base ai non abbienti, non ammette (almeno a parole) le distinzioni razziali. E’ mal visto dire ‘nero, arabo, giallo, ecc.’, tanto che in banlieue i raggazzi hanno dovuto invertire le parole per farla passare fra loro cosi’ da creare il ‘rebeu’, il ‘renoir’ ma la cosa non li tange, perché alla fine sono tutti francesi. Più o meno è cosi’, con le dovute nuances.

Ecco dunque il nostro destino, basta guardarlo da lontano per accorgersene chiaramente. Il nostro avvenire sarà cosi’, è già cosi ed è inevitabile, tutti dovrebbero esserne consapevoli. Tutti dovrebbero esserne consapevoli, d’accordo, ma non possiamo pretenderlo.

Non si tratta di elogiare altri paesi e nemmeno di fare auto-critica. Un’analisi dovrebbe essere la più distante ed estranea possibile, constatare, e la più evidente delle osservazioni è che in Italia manca sempre più l’attenzione ai problemi dei cittadini deboli, un’etica di base (seppur ipocrita), un limite a cio’ che è possibile dire e fare e in sostanza manco il senso giustizia e di legalità.
Il vortice che ci tira tutti giù, sott’acqua, sta arraffando anche il poco di beni materiali ed etici che tenevamo ancora a galla con il braccio teso verso l’alto.

Una cosa che continua a stupirmi, è la fiducia che hanno molti cittadini europei nelle loro istituzioni ma anche nei rapporti fra di loro (relazioni commerciali, professionali, ecc.) e non è, purtroppo, fiducia nell’umanità come accade nei paesi meno individualistici, in cui la comunità rimpiazza le istituzioni (come sembrava, ahimé, essere da noi). Quello che il cittadino nord-europeo percepisce è, piuttosto, la sicurezza del limite alle ingiustizie, alle frodi, alle ‘fregature’ che gli è garantito da leggi, controlli e sanzioni.

Per tornare a bomba, credo che senza esagerare si puo’ dire che in uno Stato che non garantisce protezione sociale, che non tutela i diritti dei cittadini, che non agisce contro la precarietà e la povertà, che non attua controlli per arginare l’illegalità, il discorso di uguaglianza e tolleranza diventa difficile da far digerire e/o imporre. In una situazione di sfacelo come questa sembra impossibile e di certo è ancor più difficile che in altri paesi, militare per l’anti-razzismo senza scadere nella mediocrità e nel ‘razzismo positivo’ – che essendo razzismo, tanto positivo non è. Essere coerenti richiede onestà intellettuale ed etica e il nostro impegno, quando c’è, dovrebbe essere distribuito equamente fra i cittadini.

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Nietzsche scriveva: “Tutti gli uomini, di tutte le epoche, e ancora oggi, si dividono in schiavi e liberi; perché chi non dispone di due terzi della sua giornata è uno schiavo, qualunque cosa sia per il resto: uomo di stato, commerciante, impiegato statuale, studioso.”
(Umano, troppo umano I, 1878, 68).

Pascal appoggiava: « […] ho scoperto che tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una camera. […] ho voluto scoprirne la ragione, ho scoperto che ce n’è una effettiva, che consiste nella infelicità naturale della nostra condizione, debole, mortale e così miserabile che nulla ci può consolare quando la consideriamo seriamente. »
(Blaise Pascal, Pensieri, 139)

I latini opponevano l’ ‘otium’, un tempo libero e dedito agli studi al ‘negotium’, il negozio, tipico di una vita volgare e indaffarata.

Apollinaire componeva:
“La mia camera ha la forma di una prigione
Il sole tende il suo braccio dalla finestra
Ma io che voglio fumare per fare dei miraggi
Accendo al fuoco del giorno la mia sigaretta
Non voglio lavorare, voglio fumare”
(Hôtel, Le Guetteur mélancolique, 1913)

A me proprio non va giù di dover lavorare, costretta nelle logiche e nei rapporti professionali, dove l’onestà è poca cosa e la lotta fra le specie lavorative è diventata naturale.
E poi tutto sto tempo speso a guadagnarsi da vivere, quando invece bisognerebbe imparare a morire.

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La chose la plus fascinante en lisant et écoutant les mots et les affirmations de Salvador DALI est sa capacité d’imposer aux autres son propre caractère, sa personnalité dominante et ses idées révolutionnaires.

Les peintre se décrit comme le plus grand génie au monde, le meilleur entre les autres artistes contemporaines; à l’égard de Picasso aussi.
Son humilité se dévoile seulement face aux auteurs et aux peintres des époques passées, comme Raphael, vue que Dali est convaincu de la décadence morale et culturelle de son époque.

Seule cette décadence baisse la confiance qu’il a en soi et en son oeuvre et pour la combattre, pour un renouvellement de l’art et de la société, le peintre – et l’homme de culture – Dali invente une nouvelle forme de communication en peinture.

C’est avec la peinture nucléaire et la foi en Dieu que Dali recherche une voie pour le renouvellement et la renaissance de la société. En expliquant que tout ce qui est matière peut et est transformé en énergie, Dali veut nous convaincre de la puissance de l’art et de son art surtout et il nous donne l’espoir d’un réveil métaphysique et moral.

Les anges dans ses œuvres devraient ainsi représenter la tension vers le haut, la transformation de la matière en énergie cosmique pour l’élaboration de sa dernière théorie suite à la méthode paranoïaque-critique des années trente du vingtième siècle.

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Cristina Rosati

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