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Posts Tagged ‘UE’


La speranza che l’Europa anteponesse ai suoi bisogni protezionistici i diritti umani è svanita nell’aria come il fumo di una cicca.
Con 1 milione di rifugiati e gli spostamenti in atto che spingono i flussi da vari angoli della terra (eritrea, siria, libia) i migranti dei paesi in conflitto, questo passaggio storico può essere paragonato soltanto agli sconvolgimenti della guerra in Yugoslavia di 20 anni or sono. E come all’epoca, le misure prese per affrontare gli sbarchi e la protezione degli sfollati non sono solo inadeguate ma mancano di visone della portata storica dell’accadimento.

L’Europa dell’accoglienza, della comprensione non esiste più, è svanita con la sue guerre interne. La memoria storica degli sfollati, dei rifugiati del regime nazista è ormai troppo lontana. Le barriere si chiudono, le frontiere sono sempre più ristrette, non sono mai state cosi chiuse. Dal 1991 ad oggi, il ponte di paradosso: quando i paesi come la Russia e la Cina hanno iniziato a rilasciare passaporti più facilmente, si sono chiuse le frontiere, invece di pensare al potenziale dello scambio.

Più le frontiere sono chiuse più le persone si precarizzano e si sedentarizzano all’arrivo, più sono aperte più gli immigrati sanno di poter andare e tornare, una volta raggiunti i loro obiettivi.

Mentre i beni commerciali transitano indisturbati, vengono intensificati gli scambi, gli accordi. In Francia e in Germania (l’Italia dorme ancora) si discute del Trattato Transatlantico con gli Stati Uniti che ridurrebbe sensibilimente (ancora di più) certi diriti ai lavoratori, metterebbe a dura prova l’agricolutra europea e non è ancora certo che aumenterebbe la crescita, questa famosa chimera.

Come pensiamo di resistere?

Io penso al canto e ai cunti. Del resto le storie e i racconti sono cosi’, nascono dalla voce e dal tono e ci raccontano degli altri e di noi stessi.

Esiste un canto della migrazione, tutto italiano e ormai dimenticato, a riprova della sofferenza che si prova ad abbandonare la propria terra per andare lontano, in un posto forse ostile, sicuramente sconosciuto, dove speriamo di vivere meglio.
È la storia universale, dalla preistoria in poi. Non si può negare.
Chissà qual è la canzone, il racconto, la musica, il ritmo, l’accompagnamento, in una lingua africana o asiatica.

“Cieli infiniti e volti come pietra…”

Biblio:

Sylvie Brunel

Fatou Diome

C. Wihtol de Wenden

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Dal rapporto della Commissione europea sulla strategia del processo di allargamento dell’Unione 2011-2012 (ottobre 2011 ) si legge che la Turchia continua “a soddisfare sufficientemente i criteri politici” per l’adesione alla Comunità europea, così come quelli economici e militari.
Paese chiave per la sicurezza e la prosperità dell’Unione europea, sia per la sua economia sempre più dinamica, sia per il contributo che apporta alla politica estera e alla sicurezza energetica, la Turchia, il cui PIL nel 2010 si è attestato ai livelli cinesi (9%) nonostante la crisi dell’economia globale, è una piattaforma industriale per una serie di aziende leader in Europa.

Un’adesione, dunque, preziosa per la debole economia europea: un punto forza di cui è ben consapevole il governo di Ankara, non più intimidito dai “ricatti” e dai severi criteri dettati dalla Comunità per l’adesione.
Alcuni fatti lo dimostrano chiaramente: l’intensificarsi dei bombardamenti atti a reprimere i ribelli kurdi sulle montagne irachene di Qandil a fine 2011, non autorizzati dal governo iracheno, e la contesa sull’estrapolazione di gas e petrolio con la Repubblica di Cipro, sono mosse che dimostrano l’imposizione a livello europeo ed extra-europeo del sempre più forte governo turco.
Quando, a settembre 2011 il primo ministro turco Erdoğan ha minacciato di interrompere i trattati per la riunificazione di Cipro, in risposta alla decisione congiunta della Repubblica greco-cipriota e di Israele di iniziare trivellazioni alla ricerca di gas nelle acque a sud-est di Cipro, l’Unione europea non ha saputo, né potuto contrastare le provocazioni del governo di Ankara. Erdoğan si è poi spinto oltre, inviando nelle acque a nord di Cipro, la nave turca ‘Piri Reis’ scortata da sottomarini, per iniziare anch’essa le perlustrazioni in accordo con il governo di Cipro nord.
In posizione subordinata, l’Europa ha lasciato la mediazione all’Onu che, grazie ai timidi sforzi del consigliere per gli affari ciprioti del segretario generale Onu, Alexander Downer, ha tentato di riavviare il dialogo fra Turchia e Repubblica di Cipro.

Sono molte e diverse le ragioni per le quali l’adesione della Turchia alla UE non può essere sottovalutata dall’Europa: il suo governo stabile, dotato di istituzioni democratiche, la sua rapida espansione economica e il ruolo importante che ha assunto in politica estera, grazie all’intensificarsi dell’attività diplomatica a seguito degli eventi nel Nord africa e nel Medio Oriente, fa sì che sia un alleato e un partner commerciale indispensabile. Nonostante la questione Cipro, dunque,la Turchia rimane per l’Europa un partner prezioso e un mediatore geopolitico strategico, anche nei Balcani.

Un altro tema sul quale la Comunità europea sembra essere poco incline a fare pressione sulla Turchia – affinché si adegui alle norme comunitarie – è quello dei diritti umani delle numerose minoranze etniche e linguistiche presenti nel paese.
Nel sopra citato rapporto sulla strategia del processo di adesione alla UE, si legge che “progressi nel campo dei diritti culturali sono visibili” ma rimane la preoccupazione per l’alto numero di giornalisti presenti nelle prigioni turche (di cui la Turchia è detentrice del primato mondiale).

 

A ben guardare, si sono acquietate anche le dichiarazioni di condanna da parte degli attori principali che muovono le fila della UE, Francia e Germania. La questione dei diritti in Turchia, negati o concessi che siano, è stata spesso presa a pretesto dai leader europei come fondamentale requisito per l’entrata nell’Unione. Mentre, a ben vedere, sono altri i motivi che spingono i paesi UE ad appoggiare o meno l’entrata del paese islamico in Europa – condizione che sembra ormai un dato assunto: “la Turchia detiene anche la chiave per il grave problema del calo demografico della Germania e può riempire i vuoti nell’impressionante macchina industriale tedesca.
… Secondo i dati sull’opinione pubblica, solo il 3% nei Paesi Bassi ha votato no al referendum costituzionale a causa della Turchia, e in Francia solo il 6% (il punto era la costituzione stessa). Il problema francese non è la Turchia, ma come dire no dopo la Turchia a Tunisia-Algeria-Marocco.”
scrive il sociologo norvegese Johan Galtung.

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Ho scritto questo articolo a luglio 2011. Ho cercato di illustrare la situazione dell’attuale Parlamento turco: chi ha vinto alle ultime elezioni del 12 giugno scorso e con quali prospettive. E’ di questi giorni l’annuncio del BDP, il partito filo-curdo, di cessare il boicottaggio – i cui motivi potete leggere sotto – e di tornare in sede parlamentare. Non a caso, di questi giorni è anche la notizia del varo della nuova Costituzione sulla quale il premier Recep Tayyip Erdoğan lavora da anni per assicurarsi una maggioranza parlamentare in grado di approvare una Costituzione ‘a sua misura’ senza intralci – anche di questo potete leggere sotto.
Qualcosa mi diceva – beh ora è facile, siamo in tanti! – che la Turchia sarebbe stata la sorpresa geopolitca dell’anno. Credo però che ancora debba venire il bello: a breve ne sentiremo tutto “il peso” politico ed economico, in Europa, in Medio Oriente e in Africa – dove i turchi stanno investendo milioni di dollari e aprendo centinaia di ambasciate . Per questo, credo sia interessante e importante saperne di più sulla sua struttura interna, sulle discrepanze fra ciò che è e ciò che sembra (il partito socialista CHP ad esempio è il partito di Atatuk: in Europa sarebbe come a dire che un partito nazionalista è socialista, come a dire nazionalsocialista. La sola parola fa rabbrividire), sull’impostazione che il nuovo, vecchio  e saldo premier, Recep Tayyip Erdoğan, sta dando alla politica interna (e alla strategia estera) del suo paese.

(altro…)

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Sono cominciate nelle acque a sud-est di Cipro, le trivellazioni per l’esplorazione e lo sfruttamento delle risorse naturali sottomarine nella zona di confine con le acque territoriali israeliane. Non si è fatta attendere la reazione della Turchia che, a poche ore dalla diffusione della notizia, ha affermato di voler cominciare a sua volta trivellazioni. Ankara, che appoggia la Repubblica turca di Cipro del Nord e mantiene una presenza militare nella zona, infatti, sostiene che ogni risorsa naturale trovata offshore appartenga ad entrambe le comunità di greco-ciprioti e turco-ciprioti.

In una settimana – ha detto il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan – la Turchia potrebbe avviare operazioni di esplorazione di gas e petrolio in accordo con la Repubblica turca di Cipro del Nord: “Abbiamo fatto questo passo e in breve tempo, forse questa settimana stesso, potremo cominciare a lavorare nella regione economica esclusiva”, ha sottolineato Erdogan, aggiungendo che l’esercito turco monitorerà le attività con aerei, una fregata e un cacciatorpediniere.

Intanto, secondo quanto affermato al quotidiano cipriota ‘Famagusta gazette’ dal responsabile del settore energetico di Cipro Solon Kassinis, le trivellazioni portate avanti dalla società americana Noble energy procedono a ritmo sostenuto e si prevede dureranno 73 giorni.

Dal 1974 l’isola di Cipro è divisa in due: la repubblica di Cipro riconosciuta a livello internazionale e dal 1º maggio 2004 membro dell’Unione europea e la Repubblica turca di Cipro del Nord riconosciuta dal solo governo di Ankara. Da qualche anno sono in corso trattative per la riunificazione dell’isola ma, dopo queste ultime tensioni, il ministro turco per gli affari ciprioti Beşir Atalay, in dichiarazioni riferite dall’agenzia di stampa Anadolu, ha affermato che “se l’Unione Europea assegnerà la presidenza di turno a Cipro nel 2012, prima della conclusione dei negoziati di pace, la vera crisi sarà fra Turchia e Unione europea”.

(pubblicato per MISNA.org)

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Cristina Rosati

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