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J’où


Jouer c’est la vie, jouer c’est l’amitié, la communion, la communauté.
Jouer c’est la musique, l’esprit, le rythme, la danse. C’est sentir le corps avec les sens.
Jouer c’est le mouvement circulaire juste de l’unité, la table ronde du jeu.
Jouer c’est l’amour. Jouer est jouir.
Jouer est le secret.

 

 

Capodimonte

Lago Vago


Quello che voglio è ricostruire: prima coi gesti, poi quando non ci arriverò più, con la memoria. E saranno rimpianti.
Ritrovare quella protezione illusoria del tempo che fu, nei ristoranti monumentali pieni di verdura ben curata; fingere di avere radici nei faggi e nei pioppi del lago e leggerezza nelle cime; pensare a chi disse di averlo attraversato a nuoto per sfida e di aver rischiato la vita, afferrato dalle alghe; racconti di quell’uomo potente e imperioso che sembrava poterti dare tutto, tranne quello di cui più avevi bisogno. Forse.
Costruire quella costanza della noia, della famiglia, la routine da dimenticare, come la pressione, le fughe, il voler a tutti i costi rompere quell’equilibrio instabile come te.
Far finta che esistesse una verità solida, incontrovertibile. Sentire l’anima serena, protetta da mura di cinta di un piccolo borgo, piegata alle tradizioni da abbattere.
Che quelle tradizioni rivivano fervide, continue, che possano abbracciarmi, legarmi, sfiorarmi i capelli e baciarmi teneramente.
Quelle stesse movenze tanto evitate, quegli approcci scostati con stizza, con acidità, perchè sei grande, perché l’ombra di chi ti ha fatto ti angoscia. Non riesci ad accettare.
Non ti lasci andare.
E giù rimpianti prima del tempo. O forse siamo già alla fine.
Costruire e ricostruire con quello, l’altro, far partecipe ognuno di un’inspiegabile vita reinventata dalla fantasia del tempo, come a dargli lucidità in quei punti d’ombra.
Questa vita mobile, un’opaca cassettiera.
Sostituire il pathos e le restrizioni con la passione e la trasgressione. Come se questa o quella volta reggerà al terremoto, risorgerà dalle macerie ogni cosa e la ricostruzione andrà bene, meglio di prima.
E in tutto ciò far finta, con l’inganno del dopo, che la vita che desideri sia quella leggera, l’ “era semplice” : un giro per negozi, una spesa a scandire i giorni, la pizza del sabato e il rientro del lunedì. Così imposta, così immobile, così facile da esserne schiavi.
E invece no. Non basta. E allora doverla ricambiare, costruire e ricostruire più e più volte..farla, disfarla con euforia, con esaltazione.
E poi cercarne disperatamente i pezzi.
D.C. al Fine

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25 aprile


Si affacciano le rose.
Odoro l’estate
in un soffio.

Monte Romano, 25 aprile 2020

il tempo delle rose

Fase 2


Mezzo mese
come mezzo secolo
La luna ha scardinato i punti.
A est si leverà
La nuova fase

 

Monte Romano, 5/05/2020

L’ora più bella


E’ l’ora più bella: quella degli odori dell’origine, dell’incontro fra giorno e notte; l’ora autentica, dell’audacia, della confessione protetta dalle sfumature. E’ l’ora di rubare uno sguardo intravedendone mille espressioni, l’ora del sentire intenso e pacificato; l’ora del pianto e dell’emozione.
E’ quella che ti fa pensare al prima e al poi, per rientrare sereni o vivi. Con sé.

flauto


Monte Romano, 23 maggio alle ore 21:07

Luna


Se potessi levarmi e calare, alle stesse ore, negli stessi punti, mutare perpetuamente allo stesso modo, nello stesso posto e sempre diverso; essere, senza provare, nel ciclo naturale.

Se potessi estendermi, alla luce e nella notte, senza temere, stare in piedi, salda, radicata. Esistere per una ragione nota.

Se potessi guardare senza giudicare; capire senza intelletto, intendere senza processare; senza umori, crescere spontanea, in sinergia.lunap

E penso a questa autenticità, che se potessi, mi trasformerei.
Sen’eramente

 

 

Era Selva
Monte Romano (Vt)

Olfatto


Monte Romano, 2 giugno 2020

 

Quand’ero piccola (o forse ero solo giovane) gli odori della campagna si trasformavano in sensazioni forti, invadenti. Ero capace di sentire tutto, dentro: il grano smuoveva la sensualità, il misto d’erba e letame sentiva il curry, sapeva di unione; l’aria invadente e calda dell’estate dava leggerezza, ai passi, al divenire, alle aspettative di una serata guizzante. Il rincospermum onnipresente preparava all’euforia, all’invasione del sentimento.
Tutto era pronto, tutto in moto, tutto aperto: i pori assorbivano, respiravano, attraevano e rilasciavano battiti, forze, scosse.
E su e giù, come i dossi che prendeva papà..hop…e il vuoto in un soffio, un levare di millesimi e poi quella frazione..e tornava tutto giù.
Sospensione magica.
A ogni odore la pancia si riempiva e a volte spaventava; il cuore pulsava; insieme, un’espansione incontrollata alla bocca dello stomaco.
Poteva far male da quanto era potente l’invasione. Come ad esempio i tigli in fiori che mozzavano il fiato e quasi dovevo attapparmi il naso dalla nausea che produceva il loro odore.
Ora non sento più. Non so cosa è capitato. Come se certi canali si fossero interrotti, come un cortocircuito nell’impianto che rilascia solo tratti di luce.
Sento opaco, col cellophane..sento ovattato.
Certo, sento ancora tutto, ma non sembra il vecchio afflato, non mi riempio come prima.
Forse il controllo ha preso il sopravvento, la mia testa tesa e una sorta di fine pena (perché era pur sempre penoso il sentire), fine desiderio.
Illuminazione?
Chissà se la maturità è questo. Chissà se ha un senso o se sono solo i sensi, che con l’età si opacizzano. Pura fisiologia.
O se la sensazione oceanica, la mistica selvaggia, si smorza alle circo.stanze buie della vita; oppure se si può anche rivitalizzare, rinnescare, ripescare dal fondo. Chissà se il segreto è l’ascolto, se con la melodia interiore possiamo riprenderci la vita, la fanciulla, l’amante, l’ardita.
Può l’ascolto pratico delle sensazioni – una specie di meditazione, un’educazione al suono che facciamo, agli odori, al tatto, a tutti i sensi – tornare a farci sentire, per poi trascenderle, andare oltre fino a intendere veramente?
Così come si sente senza protezioni, senza scudi, senza età.
Mettersi ad ascoltare, ad annusare, a sentire quei piccoli battiti ancora presenti, ridargli la carica, farli pulsare, ritrovare il ritmo..in solitudine e in attesa.
E.sperando la comunione, la condivisione con chi viene, in ascolto, non cercato né trovato. Sentito.

vita


Un filo di luna

cresce

una lucciola

torna a battere

Pulse

E si ricomincia

Le ore più dure


Quelle del pomeriggio, le ore più dure. Deserto, miraggio.

La luce si scolora, fragile l’esistenza in questa casa scura.

Il silenzio ancora più evidente, tranne quello della mente.

Momento di incontro, di sintesi. Eppoi litigio. Scontro.

La luce colpisce l’oscurità. Nello slancio ripartirà a calcinculo.

Dentro tutto non tace eppure non si abbandona.

La speranza la fa da padrona nella lotta fra forze oscure e lucenti.

E’ un tempo che condenserà questi accenti?

Farà fronte all’emergenza della quiete e dell’impazienza?

Saprà integrare il creato e l’addomesticato?

 


Guardatevi

Toccatevi

E andate oltre

Oltre alle solite parole, oltre ai gesti troppo uguali

alle vostre consuetudini ventennali, ai rimproveri.

Andate oltre a riscoprire e cancellate gli anni passati

Insieme, tornate a prima, quando tutto è scoppiato,

ora che tutto sta per esplodere.

Tornate giovani, ma non d’età, tornate giovani negli abbracci, negli sguardi sinceri e innamorati. Tornate piccoli, fragili e deboli come vi sentivate quando vi siete incrociati.

Tornate, se possibile, a sorridere guardandovi nudi o a gioire, della sorpresa del corpo altro, bramando, se possibile, toccando, se possibile, ogni parte, ogni lato, ogni piccola increspatura.

Cercate di essere veri, e puri com’era, come sempre dev’essere. Allontanate la familiarità, siate sconosciuti, attratti da una forza atavica. Esseri divisi che vogliono unirsi. Calamite. Abbiate la forza di cancellare la routine, la fatica, l’incomprensione. Abbiate l’impeto di andare oltre.

Guardatevi negli occhi. Cercate quello che avete trovato, prima, sempre e ancora. Portate a voi il mistero di quella scelta, magari incongrua, magari casuale ma pur sempre presa.
Quella che nasce dall’ombra e ci unisce alla luce, nella dualità che si fa Una.

Tornate nelle vostre stanze, tenetele lontane, quelle mie e quelle tue, là e lì. Ma tornate ad una che vi riunisca. Avete in mano una grazia diversa, manipolate anche nemiche, che si contorcono, nella lotta che sempre sarà l’amore. Avete fra le braccia chi vi fugge, chi vi teme e vi desidera insieme. Tenetelo stretto, non lo fate scappare.

Prendete tutte le precauzioni perchè nessuno vi disturbi. Quale momento migliore!
Abitare i corpi. Buttate via tutto, ciò che non conta, è secondario. Ora tutto non conta.
Quello che volete, quello che cercate, quello che sperate, quello che vi disturba, non è più.

Trovate la musica. Quella antica, la danza proibita, la débauche che tanto spaventa. Trasgredite a tutti i preconcetti. Non date retta al dipinto che avete fatto l’uno dell’altro. Ormai è scolorito. Cercate gli accenti, le note, il ritmo dei vecchi tempi. Cercate la luminosità che c’era nella pittura, nel ritratto. Trovate la bozza, osservate il tratto. I contorni sfumati sono il non finito, sono in divenire, l’a.. venire. La forma che diamo alle cose e all’umano non deve mai quadrare. E’ tutto nel cerchio e si riprende dall’inizio.


E allora sto a casa, suono, canto, parlo, anzi chatto, chi l’avrebbe mai detto. Ma come, non lo sapevi? Eddai, che era predetto. E non da quel magnate che ci ha rubato tutto il seminato, ma da uno scienziato che ci aveva indovinato.

E non per sbaglio ma per calcolo statistico, dentro matematica, zoologia e computo mistico. E qui casca l’asino, ma ci casca addosso, perchè sto casino che abbiamo fatto ci viene ampresso ampresso.

E io qui che ragiono, sulla questione, su cosa questa volta mi serve da lezione. E ancora non capisco, persa nel mio stupido refrain autistico, di amore e condivisione, nel vassoio non vedo che l’ossessione.

Un pezzo di me, un esserino strano che non riesco proprio a rendere umano. Non posso stare senza, perdo la pazienza, la lucidità di amare e di accogliere chi non sente, come sempre, chi ascolta solo la sua mente. Eh ma non sono io, specchio delle mie brame? Con te mi sfogo e poi guardo il mio reame, parlo di te e vedo il mio letame.

E’ un virus.

Contaminazione. Forza della natura in azione. Senza comunità non c’è più religione, e non la globale ma quella locale, chiusa e isolata, tesa e spaventata. Pronta a scoppiare, in lacrime e canti, in ansia e depressione.

L’innovazione, la tecnica, i social e la condivisione. Dentro, un mondo apparentemente legato, da un virus contaminato, e pensare che sta parola piaceva ai buonisti, prudeva ai fascisti, ammaliava i comunisti.

Che pena mi fa, di pensare che anche in questa situazione, non sono sola, non mi prendo per mano, cerco un altro, cerco lontano. E sto sul balcone, rifletto in meditazione ma ancora penetrano pensieri in affanno, ragionamenti, quelli di tutto l’anno. Le solite storie, le solite illusioni, brusche tensioni, litigi inutili, sprechi di parole, critiche senza speranze, perdo anche la capacità di chiudermi nelle mie stanze.

Invece sono qui, sono io, e mai qui e ora ma sempre altrove in ogni dimora. Che sia fuori o dentro, niente conta, solo il patimento di non essere sorda al sentire, di non potermi semplicemente abbracciare, in questa grazia, quest’opportunità pazza, per vivere dentro, per contemplarsi e coccolarsi al contempo.

Come si fa? Chi ci ha teso la trappola dell’individualità? Chi ci ha fatto dimenticare com’è bello stare insieme a sognare? Chi ci ha detto che no, tutto è cinico e abietto, non esiste nella modernità una tradizione di rispetto.

Chi ci ha imposto l’isolamento del mio e del tuo e il muro di contenimento? Chi ci ha tratto in inganno, pensando al guadagno, poi al consumo e allo sperpero e ancora al digiuno da ogni accorporamento, pensando solo al tormento di sopportare le altre vite, patite perché gregaria è la mente e non ci importa niente.

E i me ne frego, i cazzi tuoi, poi sta sorta di perbenismo per cui siamo tutti uguali e ognuno nei panni suoi.

Il distacco del politically correct, la ragione e la statistica, i dati e la genetica, la specializzazione, tutto in parti e niente nell’unione.

E ancora qui mi interrogo, nel rogo della sospensione, dove tutto brucia dentro e fuori come in spiaggia, una strana distensione. E ancora qui mi chiedo, la ragione, il motivo, per cui siamo presi, intrappolati in questo nido, pieno di pulci, e di piume, appesi, senza leggerezza, senza alcuna visione. Cos’è che devo fare visto che non posso andare? Dove devo puntare? Io sono freccia, a cosa devo mirare? Chi mi può aiutare?

E qui casca l’asina. Non c’è più nessuno. Siamo tutti morti, e non per contaminazione. Ormai spenti, non abbiamo più la fede nello stare, nel radicamento, tutti presi dallo stordimento. E questo silenzio ci affanna, ci appanna, la mente chiede una manna. Dal cielo, solo canti, uccelli e vicini, nessuno sa cosa siano entrambi, non sa che son divini.

Chi ci porterà via ad uno a uno? Chi ci troverà per darci una mano? Chi ci vorrà più amare, se non da lontano? Chi potrà capire come farci rialzare?

Illuminami, o mente! Invece lei dice: non capisci niente! Non è me che devi far parlare: senti vibrare? Piazza le mani sulle corde, pizzica con le dita, e mettiti a cantare.
Canta del cuore e delle viscere, canta dello stare insieme e del crescere. Canta del bel tempo, di oggi e a venire. Canta dell’amore e del morire. Canta per te e canta per tutti. Canta per capire cosa è meglio in avvenire. Canta per sorridere, per godere, per puro piacere, per muovere il corpo, per azionare la pancia, canta per il tuo orto. Canta che si possa fare, che un domani potrai coltivare, potrai vivere insieme, alla gente che ti vuol bene. Potrai tenerli stretti, lavorare e pregare, pregare, pregare, in comunione, perché tutto vada bene, perché possiamo comunicare, perché possiamo essere liberi di unirci, senza scannarci, senza divisione.

Canta perché possiamo giocare, come i cuccioli, aggredirci, litigare e poi leccarci l’un l’altro le ferite. Canta perché solo così possiamo crescere, solo così possiamo imparare a volerci bene. Canta per noi, canta per quello che vuoi, quel progetto immenso da costruire, canta per ripartire con anime sane; canta che si può fare, che ce la fai se ci vuoi bene. Prima a te e poi a tutti, assieme.

 

 

 

In fumo


Fumare per scandire il tempo

per solitudine, per dare un bacio alla morte

succhiare via la vita dal seno di una madre perduta.

 

Fumare per pensare al nulla, all’infinito, al casino che hai fatto che non è riuscito.

Ecco, fumi e compiacente, pensi di non valer niente. Probabilmente.

Alla cojona che sei, all’innocenza, alla dipendenza, alla trasparenza

delle cose divine, che se continui vedrai presto la fine.

Fumare per disperazione, per compagnia, la mia e la tua

di due polmoni dispersi e negati,

incatramati, che respirano all’unisono alienati.

Fumare per imitare.

Fumare per scordare che sei qui e sei da sola, che la vita è una sola

che ti devi muovere per essere, che ti devi affaticare per amare

che nella sostanza tutto sfuma perchè è solo apparenza.

Fumare per l’oblio dell’io, per perdere coscienza dell’impermanenza

che ti assale e più fumi e più ti fa male.

Fumare per abitudine, per vizio, per sollecitudine.

Fumare per uscire dal limbo del passato e del futuro, che credi sia troppo duro.

Fumare per essere assente nel presente o esserci per caso in questo mondo gelato

pieno di incertezze, fonte di amarezze.

Fumare per odiare, chi ti ha inventato e tu stessa e poi pure tutto il creato.

Fumare non si sa perché. Un vizio istituito, incarnato, insito e incitato.

Fumare per l’ansia, per quel che ti manca, che se fumi ancora non vivrai qui e ora.

Fumare per essere solidare, per crederti in sintonia

con la sua sinfonia, con la morte e l’armonia

di un totale ridotto a zero, di un ritmo antico, un totem amico,

un rito collettivo, di pace ormai privo

In un tempo così spento dal tormento

virtuale, muore la tradizione spirituale

con una sola opizione per la mente

gente, divertente

che comunica raramente

ora persa ora assente

nell’individualismo stridente.

 

Come pietra


pietra

 

Come pietra
Immobile, tetra
Non muta, non osa
Alcun agire
resta in posa

Venti,
Schianti, pianti,
Gocce palpitanti
Tutto si posa
Senza scalfire

Come pietra
Dura, austera
Irremovibile
Al tatto severa
impermeabile

Battiti, aria,
secoli, attimi
Resta latente
Non si piega
A nessun agente

Come pietra
sorda, cieca
secca, bieca
muta, ostinata
resistenza innata

 

 

 

 

virus🦠


Nell’anima inquieta e idealista, nella mente e nell’assenza

un male dentro e fuori, interiormente e in apparenza.

Un gusto strano: di fumo, di noia, di mistico,

richiamo a tutto quel che è irrealistico.

Ora a cuor battente, ora spento,

un’emozione blocca il campo

ottura l’attenzione

limita la visione.

Niente è mio

Prima il lui

poi l’io.

 

 

che mi aspetto


Che mi aspetto non lo so, dalla tua incomprensione, volontà assoluta di non prendere nessuno a paragone. Una supposta superiorità nascosta d’ovvietà, e t’inquieta, t’attanaglia, l’ipotesi di smascheramento ti rende canaglia.

Così il tuo temperamento, cresce in un cuore spento, senza più tensione, verso una vera con-passione di eguali e pari intenti, pronti lì per essere accolti.

Che mi aspetto non lo so, in me dovrei cercare, senza alcun desiderare: inutile trasformare una grazia carente in empatia ardente.

 

 

Bancs publics


La panchina invenzione divina

dire, fare, baciare,

sonnecchiare.

Che poesia la mia

fronte sole un tepore

senza tempo alcun rumore

solo languide parole

in sottofondo respira profondo

il vociferare come al mare

distese a guardare senza parlare

forme e colori di giove

il calare del mondo, il passaggio

dello sguardo, il fraseggio non verbale

quell’attimo di luce fatale

dell’anziano sapiente

del dolce far niente

nella solitudine coerente

che osserva e spera

nell’animo e nella natura

una nuova primavera.

 

 

Costretta


 

Eppure sono sempre qui

Stretta come un’acciuga

Tra olii, sali e tabacchi

Pronta alla fuga

Scappo da dove nacqui

Immobile e invischiata

Unica soluzione trovata

Per togliermi di torno

Non torcermi nel tornio

Via dalle mie brame

Le anime sane

Libro le malsane

Contorta e corrugata

Cavo elettrico fuso

Tu mi sei di poco aiuto

del tuo modo d’uso

di senso incompiuto

Nn credo al montaggio

Del kit, dell’ingranaggio

che muova infinite

rotelle arruginite

furiose illogiche

scombinate

Ruote del carro

Impazzite.

Allora m’impasto, mi mischio

Fondo nel fondo

Mi amalgamo ribollita

nella latta arruginita

Ferro che mi contiene (altrimenti boom!)

Pesce fori loco

Tiene

sul fuoco

Ostica

Emozioni di plastica

in pancia

Pinne e ali

di plancia

Eliche che non girano

Sballano, stridono

Motore inceppato

1000 giri e 1 senso

Non ancora trovato.

 

 

Sempre qui


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  1. ARPEGGIATO

No, non si trova        E-9

No, non si cerca        E-9

È sempre stato qui   G9

È sempre stato qui    G9

Con me                        E-9

2. ACCORDI

Tu non lo sai             C# semi dim

Tu non lo sai            C maj7

Tu non lo sai

Tu che ne sai…..        B

Tu.  Tu non                B semi dim

puoi … poi                  A / A7

Rip. 1

3. CHIUSURA (Arpeggiato)

No, nosi trova….        E-9

E’ sempre qui            G9

Non importa chi.      E-9

 

Rabbia


WhatsApp Image 2019-09-08 at 14.41.36Monte Romano, 8/8/19

 

Schiacciata dal peso introverso

di me stessa a volte soddisfatta

a tratti quieta

a volte in lenta agitazione

non faccio che riflettere

sulla medesima questione.

E capisco che non sono nata

abbastanza schiava

abbastanza privata

di tutti i confort

per rendermi conto

che la donna è asservita

e per questo avvilita.

 

Ancor’oggi c’è solo una vita

servita sul piatto

una pietanza malsana

anche per la donna più strana…

una sola ricetta

per farla in porchetta

farcita di un altro cognome

uno zero al dito

riempito dalla passione

la passione e lo scempio

di una vita grama

chiusa nel tempio

dei film all’americana.

 

Lì lei sull’altare

diventa una musa

una dea da conquistare

per farla procreare.

E allora si scatena

il romanticismo omaccione:

il solo momento

di rovesciamento

morte apparente

del machismo mascalzone

nella società dell’illusione.

 

La nuova Beatrice

finalmente conduce

dirige, impone,

il ruolo sornione

del gatto quatto

in agguato

in attesa del volo campione

che lei non spiegherà più

senza il suo adone.

 

Si lasciano andare


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I sassi

piccoli cuori

sparsi, levigati

dal tempo

acciottolati

si lasciano andare.

 

Senza imporsi

alle onde

accarezzati

lasciati, ripresi

più in qua, più in là…

 

I sassi

cuori di pietra

inerte

la goccia scava

nella roccia

senza passione

stesso ritmo

stessa sapienza

nel ballo dell’amore

di una nobile pazienza

mostrano capienza

senza fiatare.

Curano il limite

sanno esplorare

senza variare

restano, resistono

si lasciano andare.

 

Scivolano

l’uno appresso all’altro

tirati dalla risacca

su e giù

avanti e indietro

non battono la fiacca.

Tornano, sbattono,

stridono, ritmano

col mare

si lasciano andare.

 

Morbidi, colorati

grigi, lisci o ondulati

torti e gibbosi

tondi o spigolosi

si ammucchiano

si affastellano

sfilano insieme

si sformano senza temere

si smussano per ricreare…

si lasciano andare.

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Gazza


Delicata come le piume sparse

di una gazza caduta dal nido.

La fine annunciata

salva solo per miracolo

svezzata dall’uomo

selvatica e innocente

forastica e ingenua

non ho potuto imparare

a procacciare

né a difendermi

caduta più volte

in quest’ultimo volo

ho riposto speranze

sentendo i richiami

porgendomi ai suoni

allungandomi alle melodie

che mi fanno soffrire

e spezzano le corde

che mi tengono salda

e schiava.

E chissà – chi lo sa – se vivrò.

Oh che sarà

se prendo il volo!

 

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Grano


Trovero’ quell’amore
che odora di grano
il sorriso lungo
sulle labbra morbide
assenti di parole
occhi e fronte aperta
in un unico pensiero
disteso.

Mi accompagnerà serena
lo sguardo
alla luce d’estate
che attende la sera.

Trovero’ la strada semplice
per farmi amare
in pace.

Al rientro avro’ polmoni
pieni di soddisfazione.
Abbraccero’ chi mi segue
senza essere braccato
stringendo quest’amore folle
cosi’ sano
trovero’ la quiete come in natura
la mia anima in viaggio
l’amore di me.

l’amore di me..Immagine

Laura Berardi

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