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Ricrearsi


Esco a prendere aria, nonostante sia ferma e avara, bisogna respirare via tutta questa frustrazione. Più dei tigli mi coglie il profumo di un passante, mi ricorda le serate eccitanti, la gente, le uscite ricche, l’idea di benessere, probabilmente un ristorante per il quale non pagherò, non ne ho ancora la capacità.
Nell’attimo stesso del ricordo, un leggero vento me lo porta via. Vagabondo, il pensiero non riesce a fermarsi mai. Tento di recuperarlo, per soccorrere la mia mente che vuole ospitarlo. Ha paura altrimenti di confrontarsi con la realtà dell’oggi che sembra aver rubato quell’effervescenza, quell’idea di tutto è possibile, dunque eccitante.
Una parte di me lo sa che si tratta di una chimera, che in fondo le cose non stavano così, che alla fine il consumo e l’ostentazione non ripaga.
C’è un’altra pero’ che non può farne a meno e un’altra ancora che dunque tenta, disperata, di gettar via il sogno del ricordo, per smascherare la vanità di quella vecchia vita davanti ai miei occhi.
Io rimango in osservazione. Sono stupita come sempre dall’incapacità di capire. Non mi capacito nemmeno del fatto di non poter ragionare con me stessa senza confondermi.
Perché, miseria, non trovo linearità e lucidità necessaria per proseguire il ragionamento! Perché tutto vale anche il suo contrario e non si riesce a incanalare le convinzioni in un sol colpo come un gregge?
Sulle cose bisogna invece passarci sopra, aggrovigliarcisi dentro, soffrire e cambiare pelli, anche se tutto sapevamo a priori. E poi tanto lavoro.
Perché non ci lasciate in pace coi nostri ricordi di tutù e di taffetà? Rosa e superficiali, ricchi e spensierati..perché dobbiamo essere impegnati?
Penosa è la condizione di un governo che a questo sistema non ci sta ma non conosce altre amministrazioni.
L’energia di allora, capace di mollare gli idoli vacui di un tempo, per trovare il coraggio di trasformarsi, tutto quel trasporto, ci vuole adesso.


Cosa vuol dire essere ‪#‎razzista‬

Nella trasmissione radiofonica La Città Radiotre, si è affrontato il tema delicatissimo del razzismo, direi piuttosto della convivenza ormai obbligata fra cittadini immigranti e cittadini autoctoni.
A vederla da lontano e più precisamente dalla Francia, questa coabitazione, ‘forzata’ secondo il parere di alcuni cittadini italiani, fa sorridere.
A vederla da Parigi e dalla sua banlieue, la multiculturalità non esiste, perché è ormai un dato di fatto e duque ha cessato di esprimersi. I termini: classi multiculturali, società multiculturale, mediatrice interculturale, etc., sono privi di senso, o quanto meno interpretati diversamente (la mediatrice culturale lavora nei musei e quella intercultuale non esiste perché la mediatrice è qui, giustamente, ‘sociale, familiare’, ecc.).
Nonostante le ingiustizie sociali palpabili anche oltralpe e le lamentazioni delle leghe antirazziste, nonostante ‘Charlie’ che ha di certo ridotto alla semplificazione “terroristi islamici” una situazione e un problema molto più ampio, la Francia ha, ancora per poco, uno stato sociale, assicura una protezione di base ai non abbienti, non ammette (almeno a parole) le distinzioni razziali. E’ mal visto dire ‘nero, arabo, giallo, ecc.’, tanto che in banlieue i raggazzi hanno dovuto invertire le parole per farla passare fra loro cosi’ da creare il ‘rebeu’, il ‘renoir’ ma la cosa non li tange, perché alla fine sono tutti francesi. Più o meno è cosi’, con le dovute nuances.

Ecco dunque il nostro destino, basta guardarlo da lontano per accorgersene chiaramente. Il nostro avvenire sarà cosi’, è già cosi ed è inevitabile, tutti dovrebbero esserne consapevoli. Tutti dovrebbero esserne consapevoli, d’accordo, ma non possiamo pretenderlo.

Non si tratta di elogiare altri paesi e nemmeno di fare auto-critica. Un’analisi dovrebbe essere la più distante ed estranea possibile, constatare, e la più evidente delle osservazioni è che in Italia manca sempre più l’attenzione ai problemi dei cittadini deboli, un’etica di base (seppur ipocrita), un limite a cio’ che è possibile dire e fare e in sostanza manco il senso giustizia e di legalità.
Il vortice che ci tira tutti giù, sott’acqua, sta arraffando anche il poco di beni materiali ed etici che tenevamo ancora a galla con il braccio teso verso l’alto.

Una cosa che continua a stupirmi, è la fiducia che hanno molti cittadini europei nelle loro istituzioni ma anche nei rapporti fra di loro (relazioni commerciali, professionali, ecc.) e non è, purtroppo, fiducia nell’umanità come accade nei paesi meno individualistici, in cui la comunità rimpiazza le istituzioni (come sembrava, ahimé, essere da noi). Quello che il cittadino nord-europeo percepisce è, piuttosto, la sicurezza del limite alle ingiustizie, alle frodi, alle ‘fregature’ che gli è garantito da leggi, controlli e sanzioni.

Per tornare a bomba, credo che senza esagerare si puo’ dire che in uno Stato che non garantisce protezione sociale, che non tutela i diritti dei cittadini, che non agisce contro la precarietà e la povertà, che non attua controlli per arginare l’illegalità, il discorso di uguaglianza e tolleranza diventa difficile da far digerire e/o imporre. In una situazione di sfacelo come questa sembra impossibile e di certo è ancor più difficile che in altri paesi, militare per l’anti-razzismo senza scadere nella mediocrità e nel ‘razzismo positivo’ – che essendo razzismo, tanto positivo non è. Essere coerenti richiede onestà intellettuale ed etica e il nostro impegno, quando c’è, dovrebbe essere distribuito equamente fra i cittadini.

Une amie


J’ai rêvé la tristesse, elle m’a envahi, ne se cache plus, elle m’a trahi.
Elle me traite de clochard mais elle est toujours là, ne m’abandonne pas, se plaque contre moi.
Elle me suggère de rester seule, réfléchir avec mon aliénation, cette rêverie sans sensations, privée de force et de contenu, puisque – elle dit – peut-être après je trouverai mon issue.

Un’altra vita


Un ultimo sguardo al canale che mi ha introdotto nel cuore di questa frenetica e grigia bellezza. Un vago souvenir mi ricorda il primo incontro, il suo fare pretenzioso immutato.
È tempo di lasciarsi. Ogni amore deve finire, almeno questo è chiaro. Tengo solo a recuperare le sensazioni fra le tue braccia, a non detestarti per le continue alzate di testa; perché bisognerà pur riuscire a crescere una vita e poi un’altra, in continuum, senza recidere.
Nella mia futura, io sarò qualcos’altro, uno diverso: avrò messo su un abito non adatto ai balli d’un tempo, scarpe più robuste e una soffice maschera d’argilla; al collo seta rossa a sostenere le mie intenzioni e un tessuto saldo ai fianchi, pronto per la raccolta di un altro strato.

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Donna, in fine


Sono nata per sbaglio
frutto del tramonto
atomo di un nucleo in esplosione.
Il cruccio dipinto
Imboccata a fatica
Trascinata
in negozi angusti
Da una mano serrata.

Specchio
di un languore sommerso
Scricciolo
stridente incomprensione.
Pagliaccio fra le grandi
Timorosa e rabbiosa
Poi timorata
..
Infine donna

Viterbo (?) 19 luglio 2011

Confidenza


C’è gente che com’umanità non me dice gnente, ma poi esce fori ch’è n’artista, ‘n capo, o ‘n gran sapiente.

C’è poi chi pensa de nun vale’ gnente, ma c’ha tanta umanità pé fa na sorgente.

Ma allora poi me dico : se la gente poco umana po’ fa’ na vita meno grama

co’ n po’ d’indifferenza po esse pure che se po ottene’ na reggenza.

E’ cche semo sempre là : nun basta esse umani, ce so bboni tutti!

Tocca pure esse dritti, rigorosi e strutti e pensa’ che magari pure noi

comme l’altri semo bboni e je la potemo fa’.

Mancanza


Mi mancavano i vicoli parlanti
le notti ambulanti
le sofferenze e gli stupori
i pensieri riflessi
senza clamori.
Mi mancava un’amica
le donne della mia vita
la memoria
la storia
la perdita di una persona cara
la saggezza amara.

Mi mancava capire
conoscere, essere parte.

Viterbo, 16 luglio 2014

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